Conferenza all’Istituto Tecnico di Brugnera su podcast e sicurezza digitale. Come si costruisce un progetto di divulgazione tecnologica divenuto nazionale e che dura da anni.
Sono stato invitato dal Prof. Massimo Cum all’Istituto d’Istruzione Superiore di Sacile e Brugnera per incontrare gli studenti di quarta e quinta dell’Istituto Tecnico settore tecnologico, indirizzo Grafica e Comunicazione. Due ore di conferenza in aula magna: come nasce FvgTech, cosa c’è dietro un progetto di divulgazione su tecnologia, intelligenza artificiale e cultura digitale che dal 2018 ha prodotto 280 puntate in syndication televisiva, e perché la sicurezza digitale riguarda anche chi sta pensando di aprire un canale YouTube o buttarsi nella creazione di contenuti come professione.
Il Prof. Cum ha introdotto l’incontro e ha partecipato al dibattito, ampliando i temi e collegandoli all’esperienza concreta dei ragazzi. L’anno scorso aveva già fatto realizzare dei podcast a scuola, quindi il terreno era fertile. E si è sentito: gli studenti erano attenti, curiosi, partecipativi. Per un divulgatore tecnologico nelle scuole, è un segnale che vale più di qualsiasi metrica social.
Da buon divulgatore tecnologico, ho iniziato dal passato, raccontando da dove viene FvgTech. Un progetto nato nel 2018 che oggi viene distribuito su oltre venti emittenti in tutta Italia: digitale terrestre, satellite e TivùSat, più la tecnologia HbbTV sulle smart TV. A questo si aggiungono le piattaforme podcast, il canale YouTube, le app iOS e Android e una WebTV dedicata. Le stime parlano di un’audience cumulativa fra i 60.000 e i 100.000 spettatori per episodio: una stima che rende FvgTech un caso, credo, unico nella syndication verticale italiana.
Il modello è quello della syndication: produciamo la puntata, la consegniamo alle emittenti, ognuna la manda in onda nei propri palinsesti. È un meccanismo simile a quello con cui, negli anni Ottanta, nacque la tv commerciale nazionale (l’odierna Mediaset) attraverso l’interconnessione delle emittenti locali, e con cui, negli anni Novanta, i programmi delle discoteche arrivavano nelle case di quasi tutta la nazione su frequenze locali. Noi facciamo la stessa cosa, ma con la tecnologia.
Ho spiegato ai ragazzi che un podcast serio richiede progettazione. La caccia all’ospite, che è il cuore di tutto: scegliere la persona giusta, contattarla, verificare che sappia stare davanti a una telecamera senza sembrare un robot. Poi la registrazione, che nel nostro caso avviene da remoto tramite piattaforme cloud, con me in studio col green screen e l’ospite a casa sua, spesso con una webcam che riprende solo la testa e un audio che rimbomba come una cattedrale.
L’intelligenza artificiale ci aiuta parecchio, soprattutto con materiali complicati: i tool per la pulizia dell’audio, i sistemi per alzare la risoluzione, i filtri che simulano una voce più radiofonica. Ma nessuno di questi strumenti sostituisce la post produzione manuale, la sincronizzazione audio-video, il montaggio che trasforma lunghe registrazioni in 15 minuti di programma televisivo.
Ho detto loro una cosa che ripeto spesso: chi vi racconta che l’AI fa tutto da sola, con un click o un prompt, vi sta spesso vendendo fumo. Fa delle cose pazzesche, certo, ma per esempio oltre i due o tre minuti di avatar sintetico il risultato diventa troppo piatto e noioso. Ho mostrato ai ragazzi un paio di esempi concreti: le puntate del format “Indietro nel futuro”, dove ricostruiamo fatti della storia della tecnologia usando attori digitali generati con AI, sfondi d’epoca e poi ho mostrato dei contenuti con la mia voce applicata a un avatar sintetico. Guardare insieme quei video ha permesso di far capire ai ragazzi sia le potenzialità sia i limiti evidenti di questi strumenti.

Una parte della conferenza l’ho dedicata alla differenza tra fare contenuti per i social e costruire un podcast. Il primo può nascere per caso, un video selfie che diventa virale. Il secondo è lavoro strutturato: pianificazione, immagine coordinata, firma riconoscibile, coerenza nel tempo. FvgTech ha 280 puntate. 280 settimane in cui ogni mercoledì esce un nuovo episodio, sempre con lo stesso format portante: un talk con un ospite esperto, un confronto dinamico su un argomento specifico, dalla cybersecurity all’intelligenza artificiale, dalla privacy alle dinamiche dei social. Circa 150 ospiti diversi negli anni.
Questo tipo di costanza non si improvvisa.
Il consiglio che mi sono sentito di dare è stato pratico: se volete fare un podcast, fatelo. Ma partite dalla progettazione. E se lo fate a scuola, pensatelo come un’esperienza da curriculum. Nessuno diventa famoso col podcast della classe, ma si esce con competenze reali.
Il Prof. Cum ha ampliato il discorso verso il mondo del lavoro. I ragazzi studiano grafica e comunicazione: ogni brochure che progettano dovrebbe già nascere con una dimensione digitale integrata. Il QR code che porta a un chatbot, il volantino che diventa un veicolo per il sito web dell’azienda, la brochure stampata che apre un canale multimediale. La separazione tra carta e digitale non esiste più, e chi esce da un istituto tecnico nel 2026 deve saperlo.
Poi sono passato alla cybersecurity, che era il secondo pilastro dell’incontro. E qui ho cambiato registro.
Ho parlato di copyright e diritti d’immagine applicati ai podcast: i sistemi di riconoscimento automatico di YouTube che possono segnalare e rimuovere un video in pochi minuti se contiene materiale televisivo altrui, fino alla chiusura del canale in caso di violazioni ripetute. Le liberatorie per gli ospiti, la tutela dell’immagine dei minori, il paradosso per cui i telegiornali utilizzano video virali presi dalla rete, ma se fai il percorso inverso rischi conseguenze legali. Ho raccontato il caso di un noto divulgatore tecnologico a cui hanno hackerato l’account, mettendo a rischio buona parte del suo business digitale. Quando deleghi la proprietà dei tuoi contenuti alle piattaforme, il giorno che la piattaforma decide di chiuderti il profilo, recuperarlo può diventare un’impresa. Spesso manca un canale di assistenza diretto, un numero da chiamare, una procedura rapida.
E se quel profilo era il tuo business, il danno è enorme. È un tema su cui insisto da anni e che chiamo “back to home strategy”: fatevi sempre un sito vostro, che rimane vostro.
Ho chiuso con una riflessione che mi sta a cuore. Ho parlato di Federico Faggin, vicentino, padre del microprocessore: un uomo di cui Bill Gates ha riconosciuto che senza la sua invenzione il mondo dell’informatica non esisterebbe. Ho parlato di Olivetti e del primo personal computer. Dell’innovazione italiana che c’è, ma che non sa raccontarsi. E ho detto ai ragazzi che l’intelligenza artificiale trasformerà radicalmente una fetta enorme di lavori ripetitivi, ma che le competenze umanistiche, il gusto, lo stile, la capacità di pensare un progetto con una visione, queste cose lì difficilmente le sostituirà un sistema automatizzato. Le ore di italiano, di comunicazione, di storia dell’arte che magari sopportano a fatica: sono quelle che faranno la differenza.
Sono uscito dall’aula magna di Brugnera con una sensazione di appagamento per aver portato conoscenza ed esperienza a ragazzi curiosi di capire e affamati di sapere: la vera energia per un divulgatore tecnologico.
— Sono l’autore di Digitalogia, già Bestseller Amazon in 4 categorie. Da poco è uscito Ucronìa: Cupertino, un libro retrofuturista sulle vicende di Apple. Sto lavorando a Metaprompting Strategico. Se queste riflessioni vi toccano, seguitemi su LinkedIn (in italiano) e Medium (in inglese). Qui trovate tutti i miei libri, mentre qui ho fatto una selezione dei miei articoli per le testate di settore.
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