I ragazzi non sono nativi digitali, ma sonnambuli digitali

I ragazzi non sono nativi digitali, ma sonnambuli digitali - Gabriele Gobbo

Altro che nativi: i ragazzi camminano nel digitale come sonnambuli. E noi glielo lasciamo fare.

Ci piace dire che sono nativi digitali perché “nati con la tecnologia“. Che sono più svegli di noi. Che ci superano in tutto: velocità, destrezza, istinto. Basta guardarli usare uno smartphone per convincersi che il futuro sia già nelle loro mani. Ma il futuro non si maneggia: si capisce. E loro, semplicemente, non lo capiscono. E non è uno di quei pipponi da boomer nostalgico: io non voglio tornare negli anni ’90 fra walkman e partite di pallone in strada. Non ho mai giocato a pallone in strada. Io amo il digitale.

Essere nati nel digitale non significa comprenderlo. Anzi: spesso è proprio chi ci è cresciuto dentro a non farsi più domande. Si muovono tra app e piattaforme con gli occhi mezzi chiusi, come sonnambuli in una stanza piena di specchi deformanti. Reagiscono a stimoli invisibili.

Scorrono, cliccano, condividono, soffrono, si innamorano, litigano. Ma non sanno cosa succede sotto la superficie. Sono sonnambuli digitali, appunto. Un neologismo che ho iniziato a usare per confutare la credenza popolare sui cosiddetti digital native, in qualche modo nata dal termine coniato da Marc Prensky.

Non sanno chi gestisce i loro dati. Non sanno che ogni scroll modifica il profilo che li rappresenta. Non sanno che l’algoritmo non è neutro, ma un motore con un obiettivo preciso: tenerli lì, dentro, il più a lungo possibile, deciso dai padroni del vapore.

I ragazzi non sono nativi digitali, ma sonnambuli digitali - Gabriele Gobbo

Ho visto tredicenni passare ore su TikTok senza sapere che stanno solo dando da mangiare a un sistema di condizionamento. Ho visto adolescenti condividere dettagli personali senza immaginare che verranno archiviati, rivenduti, e potrebbero essere usati “contro” di loro. Ma anche bambini. Inghiottiti e digeriti da macchine messe chissà dove e in quale paese.

E intanto, gli adulti? Gli insegnanti a volte si perdono tra le impostazioni. I genitori spesso regalano smartphone come si regalava la bici o il motorino, con la stessa leggerezza di chi consegna un giocattolo. Tutti parlano di “educazione digitale”, ma nessuno affronta la parte che fa davvero male: la manipolazione, il controllo, la dipendenza.

Le interfacce che i ragazzi usano ogni giorno sono progettate per essere irresistibili, non utili. Ogni notifica, ogni like è una piccola ricompensa che il sistema eroga per tenerli agganciati. La slot machine la vediamo, sappiamo che è lì. Il feed sembra solo la nostra vita sociale. I progettisti di queste piattaforme sanno esattamente cosa stanno facendo: l’icona rossa sul badge attiva lo stesso circuito cerebrale dell’allerta, lo scorrimento infinito elimina qualsiasi punto naturale di chiusura, i contenuti che generano reazione emotiva forte vengono mostrati per primi perché aumentano il tempo di permanenza. E tutto questo accade su persone che stanno ancora costruendo la loro identità, dentro un sistema pensato per sfruttarla.

Ma non sono solo i ragazzi a dormire. Siamo noi. Anche noi. Li lasciamo navigare a vista perché non abbiamo il coraggio di guardare in faccia il sistema che ci sta stritolando. Preferiamo pensare che siano “bravi con la tecnologia” piuttosto che ammettere a noi stessi che non abbiamo mai insegnato loro a difendersi. E non lo abbiamo imparato nemmeno noi.

Io stesso, con trent’anni di digitale sulle spalle, faccio fatica a gestire il rapporto con le notifiche, ma ho trovato il modo. La consapevolezza non si trasmette per osmosi solo perché un ragazzo è nato nell’era degli smartphone. Si costruisce, si insegna, si pratica. E richiede che gli adulti ci arrivino prima dei figli, non dopo.

Perché alla fine la domanda vera non riguarda i ragazzi. Riguarda noi. Cosa impara un bambino guardando un genitore che controlla il telefono durante la cena, che risponde a ogni vibrazione, che non riesce a stare fermo cinque minuti senza uno schermo davanti? Impara che è normale. Impara che è inevitabile. E lo replica.

In Digitalogia ho raccolto ciò che osservo da trent’anni: le logiche che generano certi comportamenti, il perché di certe dipendenze, e cosa significa abitare il digitale senza esserne abitati. Non è un manuale per staccare la spina. È una mappa per capire dove siamo finiti e come trovare la via di uscita.

Non dobbiamo raggiungerli.
Dobbiamo svegliarci. Prima di loro.
O continueranno a camminare nel buio. Con noi accanto, a fare lo stesso.

🇺🇸 In inglese su Medium


— Sono l’autore di Digitalogia, già Bestseller Amazon in 4 categorie. Da poco è uscito Ucronìa: Cupertino, un libro retrofuturista sulle vicende di Apple. Sto lavorando a Metaprompting Strategico. Se queste riflessioni vi toccano, seguitemi su LinkedIn (in italiano) e Medium (in inglese). Qui trovate tutti i miei libri, mentre qui ho fatto una selezione dei miei articoli per le testate di settore.


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