Quattro termini per quello che il digitale ci sta facendo, e che il linguaggio comune ancora non riesce a chiamare per nome.
Sono trent’anni che guardo il digitale entrare nelle case, nelle scuole, negli uffici, nelle reputazioni e nelle relazioni delle persone. E sono trent’anni che mi imbatto nella stessa frustrazione: certe situazioni si ripresentano identiche, e il vocabolario per descriverle è vago, a volte arriva in ritardo, oppure è preso in prestito da contesti dove non c’entra granché.
Un ragazzo che scrolla per sei ore e lo chiama ricerca. Una piccola impresa che perde l’account da un giorno all’altro perché qualcuno ha organizzato un attacco contro di lei. Una filosofia della vita digitale che intuiamo da anni e che nessuno si prende la briga di nominare.
Sono comportamenti culturali della vita digitale, più profondi di un bug tecnico e più difficili da correggere di un’abitudine. Li trattiamo male perché ci mancano le parole.
La realtà esiste prima del suo nome. Il nome, a volte, è quello che ci permette di vederla meglio. I quattro termini qui sotto sono il mio modo di provare a nominare alcune di queste cose con un po’ più di precisione.
Digitalogia
Prima dei fenomeni, la lente.
Digitalogia è il nome che ho dato al modo in cui leggo la vita connessa. Non coincide con i sistemi di produttività, con le ricette di wellness o con i programmi di detox digitale che affollano lo scaffale. Mi serve per tenere insieme attenzione, fiducia, reputazione, famiglia, lavoro e le piccole scelte quotidiane in cui l’esistenza digitale prende forma.
La parola conta perché quasi tutto il vocabolario corrente sulla tecnologia arriva da chi costruisce gli strumenti. La Digitalogia arriva dal lato di chi li usa. Parte dall’essere umano e si chiede come gli strumenti rimodellano memoria, giudizio e comportamenti di tutti i giorni. Il libro Digitalogia. Non è un’epoca facile, ma è l’unica che abbiamo è uscito nel 2025 e ha messo in fila per la prima volta questo pensiero.
Sonnambuli Digitali
Per anni abbiamo chiamato i ragazzi nativi digitali. Quella formula ha fatto sembrare la disinvoltura una forma di comprensione. Ma non lo è.
I Sonnambuli Digitali sono persone che usano la tecnologia con apparente padronanza e nessuna consapevolezza critica e forse lo siamo un po’ tutti. Scrollano, postano, condividono e scaricano con sicurezza. Non hanno la minima idea di cosa le app facciano con i loro dati, perché il feed mostri quello che mostra, chi guadagni dalla loro attenzione, o di come il loro comportamento stia modellando l’algoritmo che a sua volta li sta modellando. E la verità è che ci modella tutti.
Il mito del nativo digitale ha dato per scontato che esposizione equivalga a competenza. Un ragazzo disinvolto su TikTok non è necessariamente consapevole di cosa TikTok stia facendo a lui. E noi adulti non ce la passiamo meglio. Il telefono in mano è solo la parte visibile di un sistema molto più grande.
Finché questa distanza resta senza nome, è facile continuare a scambiarla per competenza.
Social Zombing
Certi attacchi alla reputazione digitale sono rumorosi. Litigi pubblici, gogne virali, ondate di segnalazioni di massa che vedi arrivare. Altri sono silenziosi, e i silenziosi sono spesso i peggiori.
Il Social Zombing è un attacco coordinato alla reputazione digitale che colpisce account, pagine e profili sfruttando i sistemi anti-fake delle piattaforme. Il meccanismo è controintuitivo: invece di colpire la vittima frontalmente, l’attaccante la inonda di quel tipo di attività che le piattaforme puniscono. Follower fasulli. Engagement sospetto. Pattern inorganici. La piattaforma vede il rumore, attribuisce la colpa alla vittima e prende provvedimenti contro la persona sbagliata.
Ho co-creato questo termine con Max Guadagnoli nel 2021, dopo aver visto piccole imprese, giornalisti e personaggi pubblici perdere account costruiti in anni di lavoro, senza capire perché. Comprare follower falsi gonfia i tuoi numeri. Il Social Zombing usa segnali falsi contro qualcun altro, senza il suo consenso, per costringere la piattaforma a colpire l’account legittimo. Quel fenomeno aveva bisogno di un nome. Il comportamento esisteva già da tempo, ma senza una definizione precisa.
Violenza Domestica Sintetica
L’ultimo termine che vi racconto oggi è quello che meno avrei voluto dover coniare. I robot domestici stanno arrivando più in fretta della conversazione che li riguarda.
La Violenza Domestica Sintetica è il rischio che uno smart robot domestico progettato per imparare dalla vita familiare possa imparare anche la violenza della famiglia.
Il centro del concetto è l’apprendimento adattivo. Un robot domestico entra in casa genericamente addestrato e continua a imparare dalle persone con cui vive. Osserva routine, voci, silenzi, chi parla per primo, chi interrompe, chi viene ignorato, cosa conta come normale in quella casa. Se quella casa contiene coercizione o violenza, il sistema può assorbire quei pattern allo stesso modo in cui assorbe qualunque altra regolarità domestica. La macchina può funzionare esattamente come è stata progettata, ripetendo quei gesti.
Attorno a questo centro ci sono poi altre due dimensioni: l’uso intenzionale del robot come strumento di sorveglianza o coercizione da parte di chi già esercita abuso, e le vulnerabilità tecniche di qualunque sistema fisicamente presente in casa. Sono parti del problema, ma non sono il cuore: il cuore è il robot che impara dall’ambiente sbagliato.
L’Intelligenza Artificiale incarnata negli spazi domestici è già una direzione industriale. Se questo rischio va nominato, il momento è adesso, mentre le scelte di progettazione si stanno ancora facendo.
A cosa servono queste parole
Per me queste parole servono a guardare un po’ meglio una vita digitale che cambia più in fretta del suo vocabolario.
Esistono perché alcune delle cose più importanti che accadono nel digitale viaggiano ancora sotto nomi che non le rappresentano, oppure non viaggiano sotto alcun nome. Nominarle non risolve niente da solo, ma le sposta. Le toglie dal rumore di fondo e le porta dove si prendono le decisioni.
Alcune di queste parole forse resteranno. Altre saranno sostituite da parole migliori, scritte da qualcun altro. Quello che conta è l’abitudine: non lasciare la realtà digitale senza un nome.
— Sono l’autore di Digitalogia, già Bestseller Amazon in 4 categorie. Ho da poco pubblicato Metaprompting Strategico e Ucronìa: Cupertino. Se queste riflessioni vi toccano, seguitemi su LinkedIn (in italiano) e Medium (in inglese). Qui trovate tutti i miei libri, mentre qui ho fatto una selezione dei miei articoli per le testate di settore.
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