Una giornata all’Università degli Studi di Milano-Bicocca dedicata al futuro dei diritti delle macchine intelligenti, dove ho portato il mio contributo e introdotto in pubblico la Violenza Domestica Sintetica, il concetto con cui provo a nominare un rischio ancora poco raccontato.
Il primo Congresso Internazionale di Roboetica Universale si è tenuto alla Bicocca, nella Sala delle Lauree del Dipartimento di Giurisprudenza, e ho avuto il piacere di portare il mio contributo, oltre al saluto del Digital Security Festival di cui sono Vicepresidente. La cornice non era un dettaglio: parlare di diritti delle macchine intelligenti dentro una sede universitaria e giuridica significa già scegliere il piano del discorso. Non un dibattito tecnologico, ma un dibattito su cosa la società stia per accogliere, e con quali regole.
Nel mio intervento ho voluto partire dal punto che mi sembra il vero terreno di lavoro: la convivenza reale fra umani e macchine intelligenti. Sul tema oscilliamo quasi sempre fra due estremi, l’entusiasmo tecnologico e la paura distopica, e nessuno dei due ci aiuta. Ho provato a spostare il discorso sul piano concreto di cosa accadrà quando questi sistemi usciranno dai laboratori e dai video dimostrativi per entrare negli spazi più delicati della vita di tutti i giorni: case, luoghi di cura, ambienti educativi.
Da lì ho portato anche la posizione che portiamo avanti con il Digital Security Festival. Con DETA avevamo già iniziato a confrontarci su questi temi allo scorso evento a Villa Manin: la sicurezza non può essere soltanto informatica. Servono certo protezione dei dati, robustezza dei sistemi, responsabilità dei produttori e tracciabilità delle decisioni, ma serve anche una sicurezza culturale e relazionale, che si occupi di cosa accade quando un sistema intelligente osserva, apprende, interpreta e agisce dentro un ambiente umano.
Da qui ho introdotto il concetto su cui sto lavorando da tempo: la Violenza Domestica Sintetica, il rischio meno raccontato della convivenza con gli smart robot domestici. Uno smart robot progettato per imparare dalla vita familiare può imparare anche la violenza della famiglia in cui vive. Non parlo del robot impazzito né di fantascienza: parlo di un sistema che funziona esattamente come è stato progettato, apprende dall’ambiente, ma si trova in un ambiente segnato da controllo, paura, coercizione o violenza. La macchina fa il suo lavoro. Il problema è l’ambiente da cui impara.
È un rischio che va nominato, studiato, regolato e soprattutto prevenuto prima che diventi cronaca. Non possiamo aspettare che le macchine intelligenti siano già nelle nostre case per chiederci chi risponde dei loro comportamenti, quali limiti devono avere, quali tutele servono alle persone più vulnerabili. Si lega anche al lavoro su un altro concetto, Sentimento Sintetico, che dà il titolo al mio prossimo libro e riguarda il modo in cui le macchine intelligenti producono e ci restituiscono qualcosa che assomiglia a un’emozione, e cosa questo cambia per chi ne sta dall’altra parte. Sono temi che entreranno nella prossima edizione del Digital Security Festival, l’ottava, dal titolo Infinito Umano, in programma per l’autunno 2026.
Il Congresso ha messo insieme prospettive molto diverse, fra etica, diritto, robotica cognitiva e applicazioni concrete. Marco Camisani Calzolari ha portato una riflessione sulla violenza esercitata sui robot umanoidi, e su come maltrattare ciò che ci somiglia, anche quando è plastica e cavi, imbruttisca chi lo fa: l’empatia è un muscolo, e si atrofizza. La sua frase di chiusura è una di quelle che restano: «Le invenzioni non possono essere disinventate». Gianmarco Veruggio, che della roboetica è stato il fondatore, è tornato sul confine etico più radicale di tutti: un robot autonomo non deve avere la licenza di uccidere un essere umano, e l’AI Act europeo ha il limite di escludere proprio i sistemi militari dal proprio campo di applicazione. Derrick de Kerckhove ha spostato l’asse verso l’etica della relazione: la questione non sta dentro il robot, sta nella relazione che il robot crea con chi lo usa, e nelle norme che emergono dall’interazione ripetuta. Josh Gellers, autore di Rights for Robots e voce di riferimento internazionale sui diritti delle entità non umane, ha portato il dibattito sul terreno comparato del riconoscimento giuridico, mettendo a confronto l’evoluzione dei diritti per animali, ambiente e sistemi artificiali.
Roberto Mancin, informatico pediatrico del Dipartimento di Salute della Donna e del Bambino dell’Università di Padova, ha presentato i-Elio, il primo prototipo italiano di robot pediatrico, sviluppato con Matteo Suozzi del laboratorio Teotronica di Imola. Mancin ha raccontato anni di lavoro con robot diversi nei reparti pediatrici di Padova: Nao, Pepper, Sanbot, fino a i-Elio, costruito su misura per la dimensione dei bambini perché un robot troppo alto fa paura. L’obiettivo è uno solo: ridurre il dolore pediatrico, soprattutto la paura che lo amplifica nei minuti prima di una puntura o di una biopsia. Mancin ha detto una frase che è rimasta in sala. Se uno pensa a cosa c’è di peggio nel mondo può dire la fame, la guerra, la violenza, ma per lui è il dolore dei bambini. E i robot, in pediatria, servono proprio a quello.
Ringrazio DETA – The Robot Union, con Ermes Maiolica, per aver costruito una giornata in cui voci molto diverse hanno potuto incontrarsi davvero. Ringrazio anche l’Università degli Studi di Milano-Bicocca per l’ospitalità e il professor Andrea Rossetti, titolare della cattedra di Informatica Giuridica, nel cui ambito è nato il Congresso. L’immagine di copertina è stata generata con AI.

— Sono l’autore di Digitalogia, già Bestseller Amazon in 4 categorie. Ho da poco pubblicato Sentimento Sintetico e prima Ucronìa: Cupertino. Se queste riflessioni vi toccano, seguitemi su LinkedIn (in italiano) e Medium (in inglese). Qui trovate tutti i miei libri, mentre qui ho fatto una selezione dei miei articoli per le testate di settore.
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