Claude mette il watermark nei testi: cui prodest?

Claude mette il watermark nei testi: cui prodest? - Gabriele Gobbo

Un’onta digitale o un dato di tracciamento? Ho dubbi sull’efficacia, sul motivo reale e sui futuri utilizzi. Fra diritto d’autore, privacy e segreti aziendali. A chi giova davvero?

Anthropic ha acceso il watermark nei testi generati da Claude. I modelli lanciati dal 2 agosto 2026 lo applicano già, e l’azienda sta lavorando per estenderlo anche a quelli precedenti. Nel testo non ci sono caratteri invisibili né codici nascosti: il sistema crea una firma statistica attraverso le parole che Claude sceglie quando ha più alternative possibili. A occhio non si vede. Con la chiave giusta si può stimare quanto sia probabile che Claude sia intervenuto su quel testo.

La cosa mi piace poco. Più cerco di capirla, meno mi convince.

Anthropic indica l’AI Act europeo come origine della scelta. La normativa richiede che i contenuti sintetici siano marcati in un formato leggibile dalle macchine e rilevabile, ma prevede un’eccezione quando il sistema svolge una funzione assistiva di editing standard oppure non modifica sostanzialmente l’input o il suo significato. L’eccezione è interessante perché riguarda proprio uno degli usi più comuni dell’AI generativa: assistere una persona nella scrittura senza sostituirla.

La mia impressione è che Anthropic abbia trasformato l’adeguamento all’AI Act in una soluzione molto più ampia. Il watermark viene implementato a livello di modello e applicato globalmente, almeno al lancio, perché l’azienda dice di non avere ancora un sistema durevole per limitarlo geograficamente. Secondo me hanno esagerato: una misura nata per rispondere a un obbligo europeo finisce così anche in Paesi e utilizzi che quell’obbligo non riguarda direttamente.

E ad oggi sappiamo ancora poco su come funzionerà il rilevamento nella pratica. Anthropic ha spiegato il principio tecnico, ha annunciato un’API di rilevamento in arrivo e ha pubblicato una pagina di supporto sui modelli e i prodotti coperti, ma diversi dettagli devono ancora essere definiti. Chi potrà usarla? Con quali limiti? Quanto dovrà essere forte il segnale per considerare attendibile un risultato? Sono domande importanti quando quella tecnologia viene applicata a testi firmati da persone reali.

Il watermark non contiene il mio nome, quello della mia azienda o i dati della chat. Anthropic lo specifica chiaramente. Se però pubblico un articolo firmato da me e qualcuno rileva quella firma statistica, ottiene comunque un’informazione sul mio modo di lavorare: Claude è probabilmente passato da quel contenuto.

Per molti sarà irrilevante. Per un professionista o un’azienda potrebbe esserlo molto meno. I nostri processi produttivi comprendono strumenti e metodologie che non sempre abbiamo interesse a rendere pubblici. Il watermark può rendere riconoscibile uno degli strumenti che usiamo. In certi contesti professionali anche questa è un’informazione. E se gli output prodotti con un certo metodo conservassero tutti una firma riconducibile allo stesso strumento, da quella firma si potrebbe inferire qualcosa sul metodo stesso. Non che diventi ricostruibile o replicabile, ma una domanda nuova la apre: quanto vogliamo rendere visibile il modo in cui produciamo valore?

Il problema più delicato riguarda però l’autorialità. Anthropic chiarisce che il watermark non modifica proprietà e diritti sull’output. Bene. Il detector può però indicare soltanto quanto sia probabile che Claude sia stato coinvolto, senza distinguere tra un testo scritto dal modello e uno scritto da una persona e poi sottoposto a un editing consistente. Questa differenza per me è enorme. Un articolo può essere mio nelle idee, nella struttura e nella prima stesura, ma risultare comunque riconoscibile come fortemente lavorato con Claude. Da «Claude è stato coinvolto» a «questo l’ha scritto l’AI» il salto è sbagliato, ma temo che qualcuno lo farà comunque.

Sto già leggendo commenti entusiasti del tipo: finalmente potremo sgamare chi usa l’AI. A parte il fatto che usare l’intelligenza artificiale non è un’onta, quel ragionamento parte dall’equivoco appena descritto. Il watermark segnala probabilisticamente il coinvolgimento di Claude, non certifica chi ha scritto. Sono due cose parecchio diverse.

Usare l’AI non è una colpa. Usarla male può esserlo.

Il diritto d’autore è il terreno dove tutto questo pesa di più. Il quadro internazionale non è ancora uniforme sul rapporto fra creazioni assistite dall’intelligenza artificiale e tutela dell’opera, e una tecnologia capace di segnalare il probabile passaggio di un modello potrebbe in futuro diventare un elemento in più in quella valutazione. Un watermark non stabilisce chi sia l’autore né determina la tutela di un’opera. Introduce però una nuova informazione dentro un dibattito già complesso.

E poi c’è una domanda volutamente estrema. Anthropic può riconoscere i contenuti che conservano una firma rilevabile di Claude. Nelle informazioni pubblicate sul watermark non dice di voler usare questa capacità per il training o per classificare materiale raccolto online. Ma la capacità tecnica di rilevare la firma esiste. Potrebbe essere utile un giorno per distinguere, dentro grandi corpus, quali contenuti portano già una firma riconducibile a Claude prima di finire in nuovi dataset? Non lo sappiamo. Proprio per questo preferirei parlarne adesso, prima che una tecnologia del genere diventi invisibile e normale.

Vale la pena ricordare, intanto, che le regole sul training cambiano a seconda del prodotto: nei prodotti consumer chat e sessioni possono servire a migliorare Claude quando l’utente sceglie di consentirlo, mentre per i prodotti commerciali input e output non vengono usati per il training di default.

Sono favorevole alla trasparenza nell’uso dell’intelligenza artificiale. Per la stessa ragione pretendo molta trasparenza anche da chi costruisce questi strumenti. Qui, secondo me, le spiegazioni sono ancora insufficienti rispetto alla portata della scelta.

Volevamo riconoscere quando interviene l’AI. Rischiamo di costruire un sistema capace di raccontare anche qualcosa su come lavoriamo noi.

Immagine creata dall’autore con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e successivamente modificata manualmente.


— Sono l’autore di Digitalogia, già triple crown su Amazoz. Ho da poco pubblicato Sentimento Sintetico e prima Ucronìa: Cupertino. Se queste riflessioni vi toccano, seguitemi su LinkedIn (in italiano) e Medium (in inglese). Qui trovate tutti i miei libri, mentre qui ho fatto una selezione dei miei articoli per le testate di settore.


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